Riceviamo e pubblichiamo con piacere, questa lettera dell’amico ing. E.Pinto Guerra

Il vecchio ed il nuovo. Dall’antichità, e per oltre 2000 anni, tutti gli edifici in tutta Europa ed il Medio
Oriente (salvo le costruzioni sperimentali della seconda metà del ‘800 in acciaio, vetro e i primi cementi
armati), grandi o piccoli, dalle povere case al Colosseo, Versailles, le grandiose cattedrali romaniche e
gotiche, bizantine, rinascimentali, settecentesche, quali il Duomo di Milano, Notre Dame a Parigi, la
Basilica di San Marco, Santa Sofia a Costantinopoli, ecc. sono stati costruiti nello stesso modo: con muri
portanti in mattoni o in pietra, solai e tetti sostenuti da volte o da travature in legno massello e sopratutto,
impiegando . . . . la vecchia calce, aerea o idraulica, per murare e per intonacare.
Poi, a partire dalla fine degli anni ’30 e dagli anni 1950-60 in poi è nato un nuovo tipo di strutture
portanti, cioè il sistema trave/pilastro in calcestruzzo armato ed il latero-cemento per i solai ed i tetti. Di
conseguenza, si è costruito impiegando sopratutto il cemento, sia come malta per murare tramezzi in
foratoni, che come calcestruzzo strutturale e come intonaco.
La cesura temporale, o spartiacque, del modo di costruire significa che una grandissima, forse ancora
la più grande, parte del nostro patrimonio costruito “vecchio”, che comprende tutto lo ‘storico’, maggiore
e minore, dai palazzi e castelli alle semplici abitazioni, senza dimenticare piazze e muri di sostegno rurali,
appartiene a, e va riconosciuto come, un “genere” a se stante che fisicamente non ha quasi nulla in
comune con il nuovo costruire. Intervenire con rispetto sull’antico comporta quindi operare con materiali
e competenze tecniche semplicemente del tutto diverse dalle attuali, tecniche con le quali non abbiamo
più familiarità e, molto più difficile, significa entrare nella mentalità, nella conoscenza artigianale e nel
ragionare dei nostri avi.
In primis, visto che tutti i vecchi edifici sono stati costruiti con malta di calce idraulica o aerea,
occorrerebbe re-impiegare solo questa. Il cemento è materiale totalmente sconosciuto nell’antico.
Ma è esperienza di tutti i giorni osservare che questa “coscienza” non è nemmeno lontanamente un
fatto acquisito. L’uso del cemento ha dilagato ed è stato accettato come “normale”, sempre, dappertutto e
per tutti gli usi. Ma anche se miscibile con la vecchia calce, il cemento non è “una calce migliore”! sarà
di certo un “legante” migliore, ma è un materiale chimicamente molto diverso dalla vecchia calce, di cui è
solamente parente. Quando messo nelle murature antiche, si comporta secondo le sue caratteristiche che,
in molte situazioni di utilizzo non sono compatibili con la vecchia calce ma, sopratutto, non sono quasi
mai compatibili con la muratura antica. Sembra che la consapevolezza “automatica” di queste noncompatibilità
quasi non esista. Con conseguenze spesso disastrose.
Sparizione della vecchia calce e danni del cemento. Sia come sia, dopo 2000 anni di onorato servizio la
vecchia calce è sparita dal mercato e dalla scena dopo gli anni 1950-60. Come mai? La risposta è che
senza una speciale attenzione “culturale” da rispecchiarsi nelle Leggi, essa era destinata a morire. Così fu.
Il cemento venne considerato semplicemente “una calce migliore”, cioè più forte, a presa più rapida, con
più adesione, più impermeabile, ecc. Allora perché impiegare ancora la debole calce? Apparentemente
non c’è ne era alcuna ragione. Qualsiasi cemento diluito poteva sostituirla a costi molto più bassi, e così è
stato.
Ma, a parte motivazioni di rigore culturale per il rispetto del genere “antico”, è stato poi così grave
impiegare il cemento? La risposta è SI per molti validi motivi riscontrabili proprio nelle superiori
caratteristiche delle malte di cemento:
1- Una normale malta bastarda di cemento è circa quattro o cinque volte più forte di una malta di pura
calce idraulica (resistenza a compressione almeno 150 kg/cmq rispetto a circa 30 kg/cmq). Una tale
resistenza non solo non serve in un vecchio muro che lavora al massimo a 7,5 Kg/cmq, ma più spesso che
no sui 3,5 kg/cmq, anzi, se impiegata per risarcimenti e riprese a cuci-scuci nelle vecchie murature, si
creano delle discontinuità di comportamento nella struttura muraria in quanto si introducono dei nuovi
forti blocchi che comunque sono contornati da, e poggiano su, i vecchi elementi più deboli. Qualsiasi
strutturista potrà confermare che ciò non è affatto una buona cosa.
2- L’adesione della malta di cemento al materiale è sempre, salvo rare eccezioni, superiore alla
resistenza del materiale stesso, pietrame o mattone che sia, mentre con la vecchia malta era il contrario.
Ciò significa che qualunque materiale antico una volta murato con malta cementizia è perso per sempre.
Non potrà mai essere recuperato intero per ri-uso in quanto bisognerà rompere il materiale
per staccare da esso la malta cementizia.
3- La malta cementizia è molto meno permeabile al passaggio dell’acqua del pietrame o del mattone.
Ciò significa che in condizioni di risalita (umidità ascendente) la soluzione salina ora evaporerà dal
materiale anziché dai corsi come succedeva con la vecchia malta. Di conseguenza, mentre prima si
consumavano i corsi, ora verrà consumato il materiale lasciando intatti i corsi. (Vedi foto seguenti)
4- Un composto chimico tipico della presa del cemento, ma non presente nella vecchia calce, ossia
l’alluminato tri-calcico, reagisce in ambiente umido con solfati presenti formando il sale complesso
ettringite i cui cristalli hanno un volume doppio rispetto ai materiali originali. Questa espansione rompe il
materiale. Del solfato è quasi sempre presente nella vecchia malta sotto forma di gesso oppure altri solfati
possono essere portati entro il muro da umidità di risalita. A peggiorare le cose, è chiaro che l’ettringite si
può formare dovunque ci siano le condizioni adatte: dentro il muro o ad una interfaccia vecchia malta –
intonaco cementizio.
5- Un intonaco di malta cementizia è molto meno traspirante di uno a base di calce. Ciò provocherà
innanzitutto un aumento del livello di eventuale umidità da risalita in un muro e, comunque, una minore
vivibilità e confort interni, sia pure conferendo all’intonaco una vita maggiore.
Si è detto che la colpa maggiore della sparizione della vecchia calce ha origini culturali. Queste sono
rintracciabili nel concetto di “progresso” rispetto a quello di “unicità dell’antico”. Il cemento era il
progresso, l’antico era sottovalutato o trascurato. Nella massima buona fede i due generi di edifici non
sono stati separati psicologicamente. Da un lato, nessuno si preoccupava, o pensava di considerare gli
effetti a medio-lungo termine della commistione calce/cemento nelle condizioni d’uso, dall’altro,
la non categorizzazione frutto dell’inconsapevolezza culturale si è implicitamente riflessa nelle leggi.
Le Leggi. Tecnicamente la Legge ha sempre fatto il suo dovere: ha impiegato parametri di valutazione in
base alle qualità del materiale, tra cui, la resistenza. Nel 1939 il RD 2231 “Norme per l’accettazione delle
calci” citava:
a) “Leganti aerei” come grassello oppure come calce idrata in polvere e,
b) “Leganti idraulici” cioè la Calce idraulica naturale o artificiale in polvere, che doveva avere Resistenza
a compressione > 10 kg/cmq e le Calci ”eminentemente idrauliche”, naturale, artificiale, pozzolanica,
siderurgica, che dovevano avere Resistenza a compressione > 100 kg/cmq. Come si vede, la resistenza
richiesta a queste calci idrauliche artificiali era piuttosto alta.
Nel 1939 le calci erano considerate una sola categoria con due tipi di “legante”. Poi, ad avviso dello
scrivente, nasce il pasticcio “concettuale” normativo. La “non-categorizzazione automatica”, ancora
attuale, si riflette nella legge. Ossia, nella nuova legge del 1965 i termini si invertono.
La sotto-categoria dei “leganti idraulici” del 1939 diventa categoria unica che mette cementi e calci
alla pari, entrambi come “leganti” generici. Infatti, la Legge n° 595 del 26/05/1965 è intitolata
“Caratteristiche tecniche e requisiti dei leganti idraulici”, che si distinguono in: “Cementi” di vari tipi e
“Calci idrauliche” di vario tipo.
Le Calci idrauliche naturali in zolle e naturali o artificiali in polvere devono avere resistenza a
compressione dopo 28gg pari a 15 Kg/cmq. Quelle eminentemente idrauliche naturale o artificiale in
polvere, quelle artificiali pozzolanica in polvere, artificiale siderurgica in polvere devono avere resistenza
a compressione dopo 28gg pari a 30 Kg/cmq. . . . . mentre per gli Agglomerati cementizi si va da 160
Kg/cmq per quelli a lenta presa a 525 kg/cmq per i cementi ad alta resistenza e rapido indurimento.
Come si vede, il requisito di resistenza delle migliori calci idrauliche è stato apparentemente
inspiegabilmente notevolmente abbassato: dai 100 Kg/cmq del 1939 ai 30 Kg/cmq del 1965. Come mai?
Si potrebbe pensare che si sia tentato di fare un “favore” ai produttori di calci idrauliche allargando le
maglie delle specifiche per incrementarne il consumo? Ma con l’avvento del cemento armato strutturale,
quale progettista avrebbe comunque ancora prescritto malte anche della migliore calce eminentemente
idraulica?
Messa alla pari, e senza protezione per uso obbligatorio nel vecchio, la vecchia calce ha pagato il suo
prezzo al “progresso” ed è morta di morte culturale.
La realtà odierna. Categorizzare nettamente mentalmente automaticamente i due “generi” di
edifici nella coscienza collettiva, quanto meno in quella degli operatori impegnati nell’intervenire
sull’antico,sopratutto quello minore, diffusissimo, potrebbe sembrare una affermazione ovvia e
banale se non fosse che ad oggi sembra sia stata ancora troppo poco recepita nella realtà.
Il non aver assorbito a livello interiore la diversità ha comportato, e comporta, a livello nazionale
di conservazione del patrimonio “vecchio” delle conseguenze nefaste molto importanti,
sia nella legislazione che nella tutela, sia nell’approccio progettuale in genere, che in quello d’impresa,
sopratutto di piccola impresa locale operante nei piccoli centri rurali che conservano,
complessivamente, forse la nostra maggior quantità di materiale “antico”, tutelato
dalle Soprintendenze o no. Purtroppo, molto spesso anche i beni vincolati
hanno sofferto in questo senso, probabilmente per lo stesso motivo inconscio più che per obiettive
carenze di formazione del personale. Basti pensare a quanto spesso (ma fortunatamente sempre meno),
malte ed intonaci contenenti componenti cementizi vengono autorizzate, o tollerate, o peggio, nemmeno
notate, per risarcimenti di murature e per intonaci normali o “risananti”. Per non parlare della noncuranza
con la quale vengono facilmente accettati nuovi elementi in calcestruzzo brutalmente incassati
squarciando la vecchia muratura quali solette di solaio su igloo o no, e scale.
Quale prezzo hanno pagato, e stanno pagando, i nostri vecchi edifici, muri, piazze a questo
“progresso”? Detto in soldoni, non li rispettiamo. Li massacriamo imponendogli in modi sconsiderati,
(ma quel che è peggio, nella massima buona fede), il nuovo. Mettiamo intonaci di malta di cemento sui
vecchi muri riducendone la traspirabilità e favorendo la risalita, ri-stucchiamo a cemento corsi di antichi
muri di sostegno in pietre o mattoni, o lastre di piazze antiche secoli. ecc. con il risultato di renderli
irrecuperabili e di vederli sparire in presenza di umidità da risalita. Nell’elenco delle “non-consapevolezze
automatiche” non può non essere menzionata la passione tipica della casalinga per “l’ordine”, che
comporta non vedere elementi d’impianti elettrici e idraulici all’esterno delle pareti onde avere una
“pulizia visiva”. Ciò è facile da attuare nelle nuove costruzioni perché gli impianti possono essere tutti
incassati nei tamponamenti in forati.Purtroppo questo concetto viene trasferito inconsciamente anche alla
vecchia villa o fattoria recuperate, salvo che lì causa massacri inauditi. Gli scassi fanno danni enormi
alle murature, e vengono regolarmente risarciti con malte cementizie, o peggio, di cemento “a pronto”.
La non-categorizzazione inconscia automatica fa sì che anche quasi tutti i Comuni, specie quelli
minori, fanno la loro parte per consumare il massacro. In genere non si curano proprio di fare rispettare
divieti di usare malte o intonaci cementizi su edifici antichi eventualmente presenti nei Regolamenti
Edilizi. Se interpellati in merito, scaricano la “responsabilità” dicendo che ad un vigile urbano non può
essere richiesta una tale sorveglianza. Ugualmente, quando questi divieti vengono imposti ai Comuni su
richiesta di Soprintendenze in base a perimetrazioni di “centro storico”, quest’ultimo tipo di direttiva
urbanistica viene vissuto come una “noiosa fisima di esperti da scrivania che non conoscono la realtà di
tutti i giorni”, ossia, quella del piccolo imprenditore edile locale che non vede proprio perché bisogna
distinguere le malte a seconda degli edifici. Tanto vale usare sempre la stessa malta: naturalmente a base
di cemento.
Tutto ciò ha una sua logica perversa frutto della non-consapevolezza interiorizzata di cui sopra. Non
dovrebbe essere necessaria una “sorveglianza” se il muratore è stato educato correttamente.
Alle volte il piccolo muratore locale di una certa età sente istintivamente di dover riprodurre l’aspetto
“vecchio” nei suoi interventi sull’antico, ossia, rispettarlo. Siccome non gli è stato insegnato come farlo
dalla Scuola Edile (sempre che l’abbia frequentata), paradossalmente e ingenuamente usa il cemento
bianco (il migliore, e perciò il più dannoso) impastato con una rena gialla. L’effetto verrà raggiunto, ma
con un danno peggiore.Questi massacri sono figli, più che di una speculazione mercantile
(oggi,per lo scarso mercato, la calce idraulica costa circa il doppio del cemento),di una colpevole insufficienza formativa
a tutti i livelliche non genera cultura. Alla fine, dal punto di vista della formazione il concetto di
“riconoscere l’autonomia dell’antico per rispettarla come tale”, sembra venga insegnato da troppo poco tempo,
e solo ai livelli più alti di formazione accademica, mentre ai livelli più bassi quali le scuole per Periti e
Geometri, ancora oggi sembra venga più che altro marcato solo di sfuggita. Naturalmente in prima fila ci
sono le Scuole Edili.Oggi paghiamo giornalmente la leggerezza culturale dei nostri padri, e siamo recidivi,
perché le Autorità a tutti i livelli, dai Centri di Ricerca alle Università, dal Ministero dei Beni Culturali
al Tecnico Comunale, sono quasi totalmente inerti sotto questo aspetto.
Fortunatamente negli ultimi anni sembra qualche cosa stia cambiando, ma sfortunatamente la vecchia
calce, mai morta del tutto, è riapparsa sul mercato, ma non come materiale d’impiego normale ma bensì
come costoso materiale “alla moda”, quando non di lusso “firmato”.
Le Figure illustrano classici esempi di comunissimi errori da ignoranza formativa e culturale.
Figura 1

Fig.1

Fig.2

Figura 2

Figure 1-2. Un muro antico in pietrame e mattoni murato con la vecchia
calce e soggetto a risalita d’acqua contenente sali minerali solubili ha subito
la perdita della malta dei corsi per la formazione di cristalli dei sali causata
dall’evaporazione della sola acqua dai corsi.
Quando i corsi di vecchia calce consumati sono stati ri-stuccati con della buona “forte” malta di cemento,
molto meno permeabile dei mattoni, il risultato è che la soluzione salina in risalita ha ora evaporato
attraverso i mattoni invece che attraverso i corsi. Conseguenza: perdita del materiale invece che della malta dei corsi.

Fig.3-150x150

Figura 3 –Questa foto racconta una lunga tragica storia di classico esempio di
recidività. I meccanismi in atto e la sequenza di eventi sono quelli illustrati
sopra, ma è evidente la recidiva. Lo spigolo dell’angolo in mattoni chiari nuovi
oggi in disgregazione è stato interamente ricostruito nel passato in sostituzione
del muro originale andato perso dopo vari tentativi di stuccature dei corsi con
malta cementizia. Ora, anche il nuovo muro sta disgregandosi . . . . e sarà di
nuovo sostituito identico. Nel frattempo, i corsi originali scomparsi rimasti
verranno probabilmente ristuccati con malta di cemento, tanto per ripetere il
processo e perdere anche questa parte di muro.

Fig.4

Figura 4 – La facciata di un edificio antico era stata intonacata con
malta fatta con la vecchia calce al di sopra di uno zoccolo di pietra
impermeabile.
La risalita d’acqua contenente sali minerali solubili è evaporata da
sopra dello zoccolo ed il vecchio intonaco a calce si è consumato per
la formazione di cristalli dei sali causati dall’evaporazione.
Il vecchio intonaco è stato rappezzato con un “forte”, ma poco
permeabile, intonaco a base di cemento. La soluzione salina in
risalita è stata spinta ad evaporare nel vecchio intonaco e a
consumarlo più in alto oltre il nuovo intonaco. E’ evidente che questa sequenza di eventi si è ripetuta
almeno due volte e sta proseguendo con graduale sparizione di tutto il vecchio intonaco, e senza
risolvere il problema, ma solo spostandolo più in alto.

Fig.5
Figura 5 – Graduale sparizione di pilastro in pietra arenaria
dovuta a spostamento in alto del punto di consumo da sali
da risalita causa ristuccature con malta di cemento

 

 

 

Fig.6

Figura 6 – Consumo dei corsi di vecchia malta tra le pietre
delle mura difensive della città di Rodi nel Dodecanneso a
causa del sale marino.

 

 

 

Fig.7
Figura 7 – Sparizione delle pietre delle porzioni di mura
difensive della città di Rodi nel Dodecanneso ristuccate
nella massima buona fede negli anni 1930 con la migliore
malta di cemento di allora.
Per carità, ci sono casi dove l’uso del calcestruzzo sembra servire davvero, ad es. per fondazioni
antisismiche, intonaci armati, cordoli, ecc. ma, intanto non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, e poi non
è detto che non si possano raggiungere gli stessi risultati strutturali senza cemento, cioè mediante altri
metodi più “leggeri” e meno invasivi quali catene d’acciaio e reticolati di fibre di carbonio! Dopo tutto, il
ferro è sempre stato un materiale “tradizionale”, dalle grappe dei Romani in poi, ed oggi è anche
inossidabile, e le resine epossidiche in piccola quantità sono certo preferibili al cemento in grande
quantità, considerando che l’uso di entrambi è invasivo e irreversibile.
Il mercato del recupero, del risanamento, e del riuso è molto grande ed è in aumento, sia per conservare
l’esistente da ulteriore degrado ed evitare la perdita irreversibile di porzioni di eredità culturale che,
ovviamente, per evitare il consumo di nuovo territorio rurale. Cerchiamo di farlo al meglio:
Tutto sommato, il cartello “Vietato l’ingresso al cemento” andrebbe affisso per legge all’ingresso
di tutti i cantieri di manufatti antichi.

Ing. Edgardo Pinto Guerra